Tuo il sogno, mia la ferita

“TUO IL SOGNO, MIA LA FERITA”

“Nei sogni comincia la responsabilità.” –

William Butler Yeats – poeta, drammaturgo, scrittore e mistico irlandese

Partendo da una rilettura del film diMartin Scorsese– “Shutter Island” – basato interamente sull’imbroglio che alimenta l’illusionedel protagonista – la mostra vuole riflettere sull’ambiguità e la duplicità di senso che accompagna la parola “Trauma”- τραῦμα, dal greco “ferita“; in tedesco, invece, “Traum”è “sogno”.

Sogno e ferita sono dunque parole unite da relazioni antiche; parole connesse da un rapporto sempre presente sia nella ragione che nellistinto.

Monica Camaggi attraverso “Imagines Maiorum” un’opera audio-visiva, ci riporta a ricordi privati dell’artista, a memorie di parenti lontani e sogni confusi dove lo spazio dell’immagine viene reso rallentato ed evanescente. Come ha affermato la stessa artista: “Con il termine “imagines maiorum” si indicavano i ritratti degli antenati nell´antica Roma. La maschera di cera, ricavata dal calco in negativo del volto dei defunti ne è un esempio, così come i busti in marmo o in bronzo e i ritratti su tavola o su scudi eseguiti imitando le fattezze della persona. Il passaggio dalla maschera al busto o all’immagine è affascinante perché rappresenta il superamento dell’immagine come impronta. Le imagines prendevano il posto della persona non più in vita come una “presenza in absentia”, come un doppio.  Nel caso delle maschere, il nesso tra il soggetto e l’oggetto-maschera era diretto, garantito dalla relazione impronta e matrice, che garantiva la somiglianza e l’unicità. Il vincolo tra l’immagine e la persona rappresentata era tale che la prima assumeva la funzione magica di sostituire l’assente.”

La figura di donna frontale che vediamo nel video, seduta, è una presenza solo di passaggio, che presto si farà assenza, l’inquadratura e il richiamo prospettico ricordano le figure femminili di Piero Della Francesca o le donne-idolo di Francesco Giuliari. La Camaggi prosegue una ricerca che coniuga l’essere umano al paesaggio naturale, in questo caso si alternano il profilo montano dell’Appennino e le spiagge della riviera Romagnola, come in un precedente lavoro “Suspensa Levisque” il corpo femminile si trova a delineare un sottile limendi passaggio, una zona sensibile di confine tra cielo e terra, come orizzonti, i corpi divengono una punteggiatura che danno ritmo alla sequenza narrativa. La registrazione audio della stazione di Monaco che sentiamo sovrapporsi alle immagini annuncia arrivi e partenze, ritardi – esattamente come in un sogno l’artista sublima e condensa diversi ricordi – sfogliare l’album di famiglia ci riporta ad un’infanzia vissuta, ad un tempo lontano, lì a ricordarci quanto come nubi, le vite siano di passaggio.

E le nubi ritornano nel lavoro di Alessandra Gellini con l’installazione “Gravida Nube” – la forma della nube viene intesa, riletta  ed eletta a metafora di cambiamento, possibilità e mutazione – un passaggio non solo materico, ma metafisico, simbolico verso una rinascita. L’artista per la costruzione dell’opera parte proprio da un’esperienza personale, da una ferita personale:

“Nelle lunghe interminabili estati nella solitudine della mia infanzia e adolescenza, tempo immobile, sorta di buco nero, di ferita ancora da rimarginare, ero attratta dalle nubi per la loro dote di trasformarsi, di creare strane conformazioni somiglianti ad animali o mostri in continua metamorfosi. La mente e la fantasia erano sollecitate e forte il desiderio e il sogno di afferrare l’inafferrabile o diventarne parte nella libertà del cielo.

La condizione d’isolamento psicologico e umano in cui sono cresciuta mi porta a una lotta tra l’aspettativa che la chiusura e l’auto-contenimento siano garanzia di una non aggressione esterna per sopravvivere e la volontà di una incessante messa in gioco nonostante la certezza dell’unicità umana.  In questo si rinnova la ferita. La ferita intesa come una rottura che permette il superamento dei limiti individuali e come condizione di una possibile comunicazione, apertura, estroflessione. Ferita, essenza del processo creativo e condizione mentale che è all’origine dell’arte.”

Come in una precedente opera “Noi che sono io”, la Gellini continua la ricerca su un materiale informe come la lana che va a sedimentarsi in maniera contraddittoria su una superficie fissa, immobile come l’esoscheletro in ferro a sfere intersecate, e anche in questa occasione, il nido è abitabile e percorribile dall’artista. All’interno della struttura è possibile osservare diversi schizzi, diversi disegni di nubi – informi soggetti – come isole e corpi delineano geografie possibili – evocano una potenza simbolica decadente – romantica – come se nelle nubi fosse racchiusa la sintesi perfetta di un segreto indicibile come l’esistenza.

Laura Guerinoniin “Trust” ci restituisce, dal macro al micro, dal nuovo all’antico, la sua personale interpretazione del luogo di Pievequinta, diviso tra un passato ingombrante e doloroso e la sua rinascita meravigliosa e diversa. La Guerinoni rompe con la necessità propria della sua ricerca di lavorare sulla materia informe e all’arte dell’intreccio e della tessitura – metafore concrete di una riflessione costante sul tempo e sull’azione stessa della creazione. La Guerinoni si rinnova e sceglie un intervento silenzioso ma dall’eco simbolico intenso e importante.

L’artista ha acquistato, in alcuni mercatini dell’usato, piccole acquasantiere che ha posizionato in luoghi di passaggio: all’ingresso di alcune sale dell’edificio o prima delle scalinate. Al loro interno un elemento contrastate e spiazzante, non acqua ma bensì un liquido rosso che oltre a richiamare l’idea di sangue riprende il pavimento color cardinale – scelto simbolicamente per ricordare l’idea di trauma – di livido che viene a formarsi sulla pelle. Il fruitore si trova così a ripercorrere una parte di storia macchiata per sempre dall’effige del dolore: dittature – dogmi – imposizioni – lotte – guerre – discriminazioni – è necessario ricordarsi di non dimenticare. E bisogna ripeterlo come in un rituale – come un gesto – un segno. Le acquasantiere della Guerinoni funzionano come una punteggiatura dello spazio espositivo, ci invitano a soffermarci – a riflettere su questo immenso luogo – su una grandezza simbolica e storica, e l’artista lo fa sussurrando, in punta di piedi che divengono lame nella coscienza.

Oreste Baccolini, in “Fox-Hole” riflette quanto la pratica e la gestualità proprie della tecnologia contemporanea siano relazionate ad una dimensione religiosa, una credenza: l’uomo si rifugia in una sorta di illusione collettiva ossessiva – come l’incessante battere i tasti di una tastiera del pc.

Nell’installazione l’artista parte dalla riflessione che trauma – sogno e credenza (anche religiosa) si intreccino reciprocamente, e lo sostiene partendo da un esempio, da una storia:

Il sogno di Sadako Sasaki – la bambina Giapponese sopravvissuta alla bomba atomica di Hiroshima e morta in seguito nel 1955 di leucemia per effetto delle radiazioni – era quello di realizzare mille gru con la tecnica dell’origami.

“Chiunque riesca a piegare mille gru vedrà esauditi i desideri del proprio cuore” recita un’antica leggenda giapponese. Il desiderio di Sadako Sasaki non era solo quello di esorcizzare la sua morte ma anche quello di salvare l’intera umanità e di portare la pace nel mondo.”

Baccolini riconferma con questa installazione la trasversalità sia nell’utilizzo dei materiali che nei temi trattati. Il fruitore si ritrova ad osservare due video rinchiusi all’interno di una gabbia, in cuffia invece si può ascoltare un suono ripetuto, ossessivo, come una preghiera laica ed estraniante.

I protagonisti dei due video sono gli hardware tecnologici (tastiera e cassa audio) che come totemvengono esorcizzati tramite la delimitazione delle sbarre in ferro.

Il loro potere simbolico viene amplificato e mostrato, come se il dogma correlato alla gestualità legata alla tecnologia si censurasse nello stesso atto di mostrarsi.

Come racconta l’artista: “Fox-hole” (Tana di volpe) è il nome con cui i militari americani indicavano la buca di protezione scavata nel terreno per difendersi dai nemici. (ricovero – entro il quale -prendersi cura). Come in un recinto, un luogo delimitato, sacro, l’uomo contemporaneo si rifugia in una sorta di illusione collettiva: spesso nei luoghi pubblici assistiamo a questo evento che assume carattere di rito, ripetizione del medesimo gesto. Come in un guscio che accoglie e protegge dalle avversità, in totale isolamento, ripiegato su se stesso, l’individuo si affida al suo smartphone, all’attività maniacale dello “smanettare” una tastiera, come in una sorta di “Fox-hole”, la cui potenza  è esemplificata nella video-installazione dal ritmo ossessivo sonoro, litania, rosario capace di isolare e al contempo unire collettivamente come in un rito religioso.”

Baccolini riconferma inoltre nella propria ricerca l’importanza della storia e della sua rilettura, basti pensare a lavori come “Papà tornare”, “Schegge di nuvole”, “Less is more” “Don’t fraternize” – che siano proiettili, schegge di bombe, foto di fortificazioni militari, resti di guerra o vicende familiari legate a fatti storici realmente accaduti – l’artista rielabora il dato fenomenico per restituirci una riflessione personale e contemporanea. La storia presenta ferite esattamente come il tempo e come l’uomo che abita entrambi.

“D’un tratto si fece buio come per il temporale.

Io ero in una stanza che conteneva tutti gli istanti –

un museo di farfalle.” – Tomas Tranströmer – scrittore, poeta e traduttore svedese

Roberto Dapoto, in “Anime” 300 stampe colorate con inchiostro e polvere d’argento – annulla l’immagine attraverso la ripetizione, dissolvendola come in un ricordo – un sogno. Il coro di anime nasconde però qualcosa di più profondo nel loro eco: una ferita – struggente e malinconica. La moltitudine di farfalle viene resa evanescente grazie ad una antica tecnica di stampa, denominata “Van Dyke” – la quale si avvale dell’utilizzo di un’emulsione ricavata miscelando elementi fotosensibili quali Ferro Ammonio Citrato e Nitrato di Argento che viene applicata a pennello sui supporti, polarizzata dopo l’applicazione di negativi a grandezza naturale e successivamente fissata attraverso diversi lavaggi.

L’immagine ne risulta imperfetta – sgranata – quasi incompleta – indefinita.

Nebulosa come in un sogno.

Un’opera intima e personale – che come afferma lo stesso artista – assomiglia ad un autoritratto. L’utilizzo del colore a inchiostro che viene letteralmente “lavato via” dal tessuto sottolinea come sia importante il concetto di traccia – traccia intesa come ricordo. Dapoto continua a ricercare nel suo lavoro un canone di bellezza antica, aristotelica, che trova nell’essenza la propria forza la quale allo stesso tempo è fragilità di struggente bellezza. Come attimi preziosi, le farfalle, caduche e raffinate per eccellenza tracciano un archivio di diversità – il tempo.

Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima, e assomigli alla parola malinconia. – Wislawa Szymborska – poetessa e saggista polacca

In questa mostra il fruitore è invitato a condividere una ferita personale – quella dell’artista, intesa come esperienza e riflessione; la quale nell’atto stesso della visione – condivisione rompe l’indifferenza e genera un’ipotesi,  un sogno— inteso come apertura sensibile allo spazio di interpretazione.

Tuo il sogno, mia la ferita.

Federica Fiumelli